Cassone - inv. 1652

Verona, XV secolo e Bartolomeo Montagna (ca. 1450-1523)

Cassone
1490 ca.
tempera on panel  
208 x 70 x 79 cm
1884 acquisition 
Inv. 1652

Golden Room
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Questo cassone, in legno intagliato e dorato, è un esempio di quei cassoni nuziali che le famiglie più ricche commissionavano ai migliori artisti e artigiani. Destinati a contenere il corredo della sposa, a volte venivano addirittura trasportati per le vie della città, per essere ammirati come simbolo di prestigio sociale. I due tondi dipinti a tempera sono opera di Bartolomeo Montagna. I soggetti preferiti per questi arredi erano in genere scene di feste o cortei nuziali, oppure, come in questo caso, vicende che dovevano ricordare l'amore tra i coniugi e la virtù della donna. 

Il primo tondo raffigura l'episodio narrato da San Gerolamo dell'Adversus Iovianum: il console Caio Duilio, celebre per aver sconfitto i Cartaginesi nella battaglia navale di Milazzo nel 260 a.C., fu accusato da un avversario, nel corso di una discussione, di avere un pessimo alito. Il vecchio condottiero, rientrato a casa, chiese alla moglie perché non gli avesse mai fatto notare l'imbarazzante difetto, al che lei replicò di aver sempre creduto che tutti gli uomini avessero un tale alito.
Nel tondo è raffigurato l'incontro tra i due coniugi, in un'ambientazione architettonica di matrice classica, come sottolineato dalla presenza del nudo virile della statua al centro, con ogni probabilità il dio Marte. I protagonisti, con un anacronismo diffuso nella pittura rinascimentale, indossano abiti quattrocenteschi. Bartolomeo Montagna affronta in questo dipinto un problema narrativo non facile: l'aneddoto infatti è tutto basato sul dialogo. La soluzione adottata consiste nel collocare alla base del pilastro tra i due coniugi, una iscrizione che riporta quanto detto da Bilia: DIXISSEM / TIBI NISI / PUTASSEM / OMNIBUS / VIRIS / OS / [SIC] OLERE ("Te l'avrei detto, se non avessi ritenuto che a tutti gli uomini la bocca puzzasse in tal modo").

Il secondo tondo raffigura invece la storia di Tuccia, narrata da Valerio Massimo, Dictorum et factorum memorabilium exempla, VIII, 1,5 e da Plinio, Naturalis Historia, XXVIII, 12: una vestale accusata ingiustamente di non aver rispettato il voto di castità riuscì a provare la propria innocenza portando miracolosamente l'acqua del Tevere con un setaccio sino al tempio di Vesta. La scena è ambientata in un esterno: a destra si intravedono le scale che conducono al fiume e la prua di una barca, a sinistra l'ingresso del tempio, sullo sfondo porticati e le mura della città. Tuccia si affretta, il setaccio tra le mani, a portare a compimento la prova tra lo stupore degli astanti.

Lo stemma centrale con un orso rampante potrebbe essere quello della famiglia Buri di Verona.

S.G.C.

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