Giuseppe Bossi - inv. 4751
Giuseppe Bossi, artista di spicco del neo-classicismo italiano e grande amico del ritrattato, esegue questo disegno agli inizi dell’ottocento; ciò si desume sia dalla tecnica utilizzata che trova un puntuale riferimento con i lavori eseguiti dall’artista dopo l’incontro del 1802 con Jacques Louis David (1748-1825), sia dalle sembianze di Gian Giacomo Trivulzio (1774-1831); a questo proposito è interessante il paragone con il ritratto del Trivulzio eseguito negli stessi anni da Giambattista Gigola (1767-1841) ed ora in collezione privata milanese.
Il marchese Trivulzio, nonno di Gian Giacomo, fu uno dei grandi protagonisti della cultura e del collezionismo milanese dell’età napoleonica; erede di una delle più grandi fortune collezionistiche milanesi dedicò i suoi sforzi soprattutto all’incremento del cospicuo patrimonio bibliografico radunato dai suoi avi che oggi è conservato nella biblioteca Trivulziana del Castello Sforzesco di Milano.
Giuseppe Bossi, influenzato dagli esempi francesi di David e di Jean Baptiste Wicar (1762-1834), esegue i suoi ritratti su carta utilizzando, come in questo caso, quasi esclusivamente la matita nera; l’alternarsi del tratto sottile a quello più spesso, l’uso di una linea morbida, ma vigorosa e l’assenza dello sfumato conferiscono ai suoi lavori una freschezza ed incisività non inferiore a quelli degli illustri cugini d’oltralpe. A ciò si unisce una particolare dote dell’artista a cogliere gli aspetti più nascosti della psicologia del ritrattato.
In particolare il nostro disegno, è paragonabile per l’eleganza formale con cui è stato eseguito con alcuni capolavori grafici del Bossi come ad esempio il Ritratto di Gentildonna conservato in collezione privata milanese, ed il Ritratto di Antonio Canova ora in collezione bergamasca.


