Alessandro Magnasco e Antonio Francesco Peruzzini - inv. 252

Alessandro Magnasco (1667-1745) e Antonio Francesco Peruzzini (ca. 1646-1739)

Le tentazioni di Sant'Antonio abate
XVIII secolo, prima metà
olio su tela  
253 x 180 cm
1879 legato Gian Giacomo Poldi Pezzoli
Inv. 252

Dei quattro quadri di grandi dimensioni attribuiti al Magnasco (inv. 249-250 e 251), questo si distingue dagli altri per tema e costruzione spaziale. Nella metà superiore non spiccano, come nelle altre tre tele, solo le chiome degli alberi; in questo caso una delle quinte soltanto è costituita da vegetazione, l’altra è una rupe massiccia dominata da un poderoso edificio. Al centro, molto lontane e luminose si intravedono altissime montagne. La luce manca invece nella metà inferiore del quadro, dove si svolge la scena delle tentazioni di Sant’Antonio abate. L’unica fonte luminosa è il fuoco acceso dall’eremita, sembra più per proteggersi dalle insidie della notte, che per scaldarsi e rifocillarsi. Un comune viandante si sarebbe sistemato il più vicino possibile alla fiamma, ma non l’anacoreta: lui se ne sta distante, seminudo, la schiena ricurva, spossato dalle privazioni cui si sottopone. A fianco, a terra, sta un grande libro, malconcio per le continue letture. A mezza altezza si intravedono alcune figure svolazzanti: sono i demoni che stanno tentando il Santo.

Potrebbe stupire che in una tela quasi sicuramente destinata a decorare una dimora patrizia si sia scelto di rappresentare un episodio della vita di un santo eremita del III-IV secolo dopo Cristo. Ma non bisogna dimenticare che, fin dal Rinascimento, l’episodio delle tentazioni di Sant’Antonio era stato raffigurato con altri scopi, che avevano ben poco a che fare con la fede che resiste alle insidie del maligno. Infatti, proprio il soggetto delle tentazioni permetteva di dipingere in un quadro religioso nudi femminili, satiri e altri personaggi della mitologia classica senza provocare reazioni scandalizzate. Come per altri pittori, anche per Magnasco doveva essere una ghiotta occasione per poter mescolare nello stesso dipinto figure diverse, creando quell’effetto di varietà e sorpresa particolarmente apprezzato nell’arte del XVIII secolo.

Le quattro tele, in passato, sono state attribuite al Magnasco, ma ora, dopo i restauri, si considerano sue solo le figure, mentre i paesaggi sarebbero di Antonio Francesco Peruzzini.

E.V.

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