Alessandro Magnasco e Antonio Francesco Peruzzini - inv. 251

Alessandro Magnasco (1667-1745) e Antonio Francesco Peruzzini (ca. 1646-1739)

Paesaggio con anacoreti
1725 ca.
olio su tela  
253 x 145 cm
1879 legato Gian Giacomo Poldi Pezzoli
Inv. 251

L’opera presenta analogie con i due Paesaggi con viandanti (inv. 249 e 250), e con l’altra tela, sempre del Museo Poldi Pezzoli, intitolata Le Tentazioni di Sant'Antonio abate (inv. 252).

Queste tele, in passato, sono state attribuite al Magnasco, ma ora, dopo i restauri, si considerano sue solo le figure, mentre i paesaggi sarebbero di Antonio Francesco Peruzzini.

Nella fascia inferiore del dipinto si scorgono tre religiosi fermi presso uno specchio d’acqua; sembrano intenti in preghiera e i loro corpi si indovinano grazie alle tonache chiare che risaltano nell’oscurità. Sopra di loro tra gli alberi, abbracciate ai tronchi, ci sono due figure inquietanti che osservano i monaci. Gli occhi di uno dei due brillano nell’oscurità. Hanno l’aspetto di fauni, ma devono essere diavoli pronti ad indurre in tentazione i tre monaci, come accade nella scena più famosa e rappresentata del genere, in cui Sant’Antonio abate viene insidiato da un nugolo di demoni e donne nude.

Nella produzione del Magnasco sono molto frequenti scene anonime di vita religiosa quotidiana: processioni di cappuccini, frati questuanti in viaggio, monaci in preghiera, lezioni di catechismo. In proporzione sono pochi i quadri in cui compaiono scene classiche di storia sacra o episodi emblematici dalla vita di personaggi storici come Sant’Ambrogio o San Carlo Borromeo (inv. 328).
Le ragioni che hanno spinto Magnasco ad essere così attento osservatore della religiosità popolare non sono del tutto chiare: non sappiamo infatti se questi quadri fossero semplici rappresentazioni della realtà o se in essi fosse presente anche una volontà di critica nei confronti di una società superstiziosa e antiquata. Ma, forse, l’interesse per il mondo popolare proveniva dai committenti, attratti e incuriositi da un mondo radicalmente lontano e diverso, un po’ selvaggio, e quindi affascinante. In fin dei conti un eremita, agli occhi di un nobile del Settecento, doveva apparire altrettanto insolito ed esotico quanto una zingara, un mendicante o un saltimbanco.



E.V.

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