Alessandro Magnasco - inv. 328

Alessandro Magnasco (1667-1745)

San Carlo Borromeo riceve gli Oblati
1731 ca.
olio su tela  
98,8 x 73,5 cm
1895 acquisto 
Inv. 328

Sala Trivulzio
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Il dipinto è considerato uno dei capolavori del Magnasco. La scena rappresentata è, per molti aspetti, insolita: un grandioso edificio a pianta centrale occupa completamente la tela; all’interno di questa grande aula scarsamente illuminata spicca, in abito rosso, la figura di san Carlo Borromeo, circondato da chierici, uno scudiero, angeli, uomini seminudi e donne con bambini. I chierici inginocchiati di fronte all’arcivescovo appartengono all’ordine laico degli Oblati, istituito dal Borromeo nel 1578. Il quadro rappresenta san Carlo nell’atto di ricevere, o forse congedare, alcuni di loro.
Non è facile individuare il committente che, nel terzo decennio del Settecento, avrebbe potuto richiedere al Magnasco una tela di tale soggetto. Andrebbe cercato nell’ambito dell’episcopato dell’arcivescovo Benedetto Erba Odescalchi (1712-1737) che, nel 1721, permise la fondazione di un nuovo ramo degli Oblati, gli Oblati Missionari di Rho. In sintonia con il termine missionario enfatizzato nel nome del nuovo ordine, sarebbe stato chiesto al Magnasco di rappresentare san Carlo nell’atto di inviare gli oblati alla loro missione di evangelizzazione. La presenza del cavallo inquieto, trattenuto a fatica da uno scudiero, sembra sostenere questa ipotesi, suggerendo una partenza imminente.
Le figure qui rappresentate sono di così elevata qualità, da indurre gli studiosi ad accostare questa tela a un’altra ancora più famosa: Il furto sacrilego. Proveniente dalla chiesa di Santa Maria di Campomorto in Siziano e ora conservata presso il Museo Diocesano di Milano, l’opera era stata realizzata durante gli ultimi anni di residenza a Milano, dopo il 1731, e costituisce uno dei vertici della produzione matura dell’artista. A questo felice momento appartiene con ogni probabilità anche questo dipinto: le figure sono infatti guizzanti, rese con sapienti pennellate, con tocchi di luce che illuminano solo parte dei corpi altrimenti quasi monocromi.
Come conferma Mina Gregori (comunicazione orale), lo sfondo è da riferire a Clemente Spera, che collaborava abitualmente con Magnasco nell’esecuzione di fondali architettonici.

E.V.

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