Maestro dell'Ancona Barbavara - inv. 3390

Maestro dell'Ancona Barbavara (attivo tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo)

San Gaudenzio
1390-1400
tempera su tavola  
17 x 12,3 cm
1972 donazione Giovanni Falck
Inv. 3390

Salette dei lombardi
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L’opera è uno sportello di trittico, dipinto sui due lati, il cui formato originale è stato ridotto per isolare la figura. Il retro, decorato con un fondo rosso suddiviso a riquadri con fiori bianchi e azzurri è stato in parte ridipinto in epoca antica.
San Gaudenzio, identificabile da una scritta in minuscola gotica ai suoi piedi, siede sul seggio episcopale con mitria, pastorale e gremiale, il panno che veniva posto sulle ginocchia durante la messa pontificale. Il patrono di Novara è posto nella classica posa di presentazione di un committente inginocchiato, che stava probabilmente nello scomparto centrale del trittico.
La figura si staglia su un fondo dorato uniforme, quadrettato con delicate incisioni puntiformi che disegnano anche il contorno del pastorale e della scarpa, un tipo di lavorazione derivato dalle tecniche orafe.

La tavoletta è una delle pochissime opere su tavola conservatesi del primo tardogotico lombardo ed è di una qualità davvero eccezionale.
La stesura a velature trasparenti, tramite corte pennellate, è tipica di Giovannino de’ Grassi, il più importante artista miniatore del ducato milanese a fine Trecento. Sono tipiche di Giovannino anche le lumeggiature a biacca, qui usate in abbondanza, ora per sottolineare il ricamo di perle sulla mitria, ora il riflesso della luce sulla modanatura inferiore del trono, ora l’andamento del panneggio o l’iscrizione.

L’autore della tavoletta è un maestro attivo a Pavia verso la fine del Trecento molto vicino a Giovannino de’ Grassi e Michelino da Besozzo; il suo nome convenzionale deriva da una tavola da lui eseguita con la Madonna con il Bambino e donatori oggi conservata al museo di Raleigh, North Carolina chiamata ancona Barbavara dallo stemma del primo committente.

La foggia della pettinatura e dei panneggi appuntiti e altri motivi stilistici consentono di datare l’opera agli anni Novanta del Trecento.

L.G.

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